Psicosette

C'è un fenomeno che merita attenzione non tanto per i suoi protagonisti, quanto per il pubblico che li circonda.

Se si citano determinati soggetti, scatta subito l'allarme e si viene accusati di "non capire", di "non sapere", "di essere gatekeeper".

Ci sono proprio dei nomi per cui si attiva tale meccanismo, ce ne sono parecchi del passato ma anche del presente.

Osservate cosa accade, prendiamone due attuali.

Dunque Mauro Biglino e Corrado Malanga, due figure diverse ma che hanno una premessa identica: tutto ciò che è venuto prima era sbagliato, incompleto o deliberatamente occultato, e solo adesso, grazie a loro, possiamo finalmente capire.

Biglino avrebbe decifrato le Scritture come nessuno nei tremila anni precedenti aveva saputo fare. Filologi, teologi, rabbini, mistici, Padri della Chiesa, tradizioni esegetiche intere, tutto spazzato via da un ex traduttore della San Paolo che ha scoperto gli alieni nell'Antico Testamento. Millenni di esegesi ridotti a un equivoco collettivo. 

Malanga fa lo stesso, gli studi sul paranormale, la psicologia del trauma, la letteratura sulle esperienze anomale? Inutili. Lui ha il metodo, lui ha capito, lui ha trovato la chiave.

Revisionismo radicale, è lecito. 

Non è nostra intenzione entrare nello specifico di tali posizioni, chi vuole approfondire può farlo.

Ci limitiamo a far notare la sociologia del pubblico che li segue. 

Chiunque provi a esprimere una riserva su queste figure sa esattamente cosa succede, si scatena qualcosa che è tipico della risposta immunitaria di una setta. Aggressioni, delegittimazioni, accuse di essere in malafede o al soldo di qualche oscuro potere. 

Questo è esattamente il tipico segnale di meccanismi da struttura para-religiosa dove non può esistere il dubbio interno perché il dubbio mina l'autorità del "profeta", e con essa l'identità di chi in quel profeta ha investito. Il seguace di Biglino o di Malanga ha adottato una visione del mondo, un'identità, una comunità. Attaccarne le fondamenta significa attaccare lui stesso.

Provate a muovere obiezioni su costoro e osservate voi stessi cosa accade..

Li riconosci ancora?

Ci sono persone che conosci da anni. Persone con una voce, un carattere, una presenza. Magari con indole particolare, magari ansiose, magari con periodi di crisi. Persone, insomma. Poi le rivedi dopo anni. E quando le reincontri, qualcosa non torna. Non sono tristi, sono... spente. Come se qualcuno le avesse riprogrammate su altre frequenze. Gli occhi ci sono ma lo sguardo non è più quello. Rispondono, sorridono, "funzionano", ma quella scintilla che le rendeva loro non c'è più. Non le riconosci più. Ci avete fatto caso? E il fenomeno aumenta sempre più.

Non si sta parlando di persone con disturbi seri. Si parla di persone normali, persone con ansia, con periodi difficili, con quella che una volta si chiamava semplicemente la vita che pesa, finite sotto psicofarmaci come se il disagio esistenziale fosse un'avaria meccanica da correggere con la chimica giusta.

Qualcuno ora si sentirà toccato, ci dispiace, ma queste cose vanno dette perché ormai si danno per scontate. Non lo sono. Non bisogna ricorrere a farmaci per ansie e "tristezze" varie. Non è la soluzione e non si torna più indietro.

Una persona in crisi richiede tempo, presenza, attenzione. Deve lavorare su di sé, i mezzi li abbiamo. Ma è molto più rapido (e redditizio) darle una molecola che la renda gestibile. Funzionale. Silenziosa.

Medicalizzazione del carattere.

Per fingere di sorridere nel mondo.

E così dopo qualche anno, quella persona che conoscevi, con le sue contraddizioni, le sue tempeste, la sua presenza ingombrante e viva è diventata qualcosa di più tranquillo, più gestibile....più vuoto. "Tecnicamente" sta bene. Ma non è più lei. Solo noi osserviamo questo scempio?

Sedati.


Falsi miti 2

Altro pregiudizio e mito da smontare è quello per cui, a fronte di un episodio violento di cronaca, il criminale è tale anche perchè "praticava arti marziali, faceva boxe, frequentava una palestra di combattimento." 

Chi ha praticato seriamente uno sport da combattimento — non importa quale, boxe, judo, muay thai, jiu-jitsu, karate — sa che la prima cosa che impara non è come colpire. È quando non farlo. La filosofia che attraversa questi sport, dalle radici orientali alle tradizioni occidentali, è costruita attorno a un principio fondamentale: la forza fisica acquisita va contenuta, non esibita. Il controllo del corpo è il mezzo. Il controllo di sé è il fine. Un judoka molto esperto potrebbe neutralizzare chiunque ed è esattamente per questo che non lo fa mai fuori dal tatami.

La disciplina è la sostanza di questi sport. L'allenamento ripetuto, la perseveranza, la gerarchia rispettata, la sconfitta accettata, tutto questo forma un tipo umano che ha non ha bisogno di dimostrare qualcosa per strada. 

Chi sa davvero combattere raramente combatte. Chi invece aggredisce un estraneo per futili motivi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa fare nulla, si muove sull'adrenalina, sul branco, sull'alcol, sull'incapacità di gestire la frustrazione. Esattamente le cose che uno sport da combattimento serio decostruisce nel tempo.

Il giornalismo cialtrone però ha bisogno di concatenazioni semplici, causa ed effetto, colpevole e strumento. Praticava boxe/arti marziali suona pericoloso. È efficace come titolo.

Scrivono: "faceva lo sport di combattimento X" e lasciano che il pregiudizio faccia il resto del lavoro. 

I soliti ciarlatani dell'"informazione" insomma.