Homo Ludens

Nel gioco infantile, in questa dimensione apparentemente frivola, si manifesta quella che i Greci chiamavano alétheia, ovvero la verità come disvelamento.

Nel gioco, il piccolo umano esprime la propria essenza in forma pura. È qui che si rivela il futuro tiranno o il futuro giusto, il generoso o l'avido, il creatore o il distruttore.

Osservate un gruppo di bambini che gioca: vedrete immediatamente chi comanda e chi subisce, chi condivide e chi accumula, chi costruisce mondi e chi li demolisce per il piacere della distruzione. Nessuna educazione ha ancora insegnato loro a mascherare questi impulsi. Il gioco è diagnosi ontologica.

Questa verità non scompare con l'età adulta, difatti quando le circostanze ricreano una situazione ludica, una competizione, un gioco di società, uno sport, ecco che la maschera scivola. Il manager composto diventa un bambino capriccioso se perde a carte. Il democratico progressista rivela il proprio autoritarismo quando detta le regole del gioco e si trasforma in despota.

Il gioco è rivelazione metafisica: nel momento ludico, l'essere umano smette di performare la propria identità sociale e torna a essere la propria identità profonda.

Volete conoscere veramente qualcuno? Giocate con lui. Osservate come reagisce alla vittoria, alla sconfitta, all'ingiustizia arbitraria delle regole, alla fortuna altrui. Lì, in quel momento di apparente leggerezza, vedrete l'anima nuda.

Il gioco non mente. 


Lobotomia digitale

Adolescenti - creature che dovrebbero essere nel pieno della loro potenza vitale, della loro capacità di trasformare il mondo - ridotti a automi che inseguono palline colorate su uno schermo. 

Innocui svaghi? No. Qui parliamo di ore, giorni, anni dissolti in loop dopaminici progettati a tavolino da ingegneri comportamentali pagati per trasformare il cervello umano in una slot machine. Mentre i loro coetanei di cent'anni fa fondavano movimenti politici, scrivevano manifesti, questi ragazzi combattono contro livelli sempre più difficili di Candy Crush.

 Non è solo colpa loro ovviamente, bisogna allargare il campo per scovarne le responsabilità. Rimane il fatto che se gli adulti non vedono questi scenari con orrore è un problema. 

Un sedicenne che passa ore al giorno a far scoppiare bolle virtuali non sta "rilassandosi". Sta derubando se stesso degli anni in cui potrebbe costruire un'identità, sviluppare competenze reali, creare legami autentici, impegnarsi politicamente, esplorare il proprio corpo nello sport, la propria mente nella cultura. Sta accettando di essere consumato invece di consumare esperienza. 

Lobotomia digitale. Urgono contromisure.