Si può fare a meno dello smartphone?

Chi oggi può permettersi di non usare uno smartphone?
Obiettivamente nessuno e chi dice il contrario sta delegando qualche funzione a conoscenti che lo hanno. 

Funziona così, nessuna tecnologia si impone da sola, la si rende necessaria eliminando ciò che le stava accanto. Si fa sembrare naturale una decisione presa da qualcuno, con interessi precisi..

Il primo interesse è la tracciabilità. Lo sportello non registrava nulla di te, la procedura digitale registra tutto, chi sei, dove sei, che cosa paghi, a chi scrivi, quando entri e quando esci. Il telefono è un guinzaglio che il cittadino compra, ricarica e porta con sé di propria iniziativa.

Il secondo è la revocabilità. Quando l'accesso al denaro, ai servizi, al lavoro e alla scuola dei figli passa da un profilo, ogni diritto diventa sospendibile con un clic. 

Il terzo è la docilità che nasce dalla dipendenza. Chi non può fare a meno di un sistema ne accetta le condizioni, tutte. 

Le tre cose, prese insieme, descrivono un cittadino sempre leggibile, sempre sospendibile, sempre conforme. 

Nessuna di esse ha richiesto una legge che obbligasse a possedere un telefono. Nulla è obbligatorio, ma è come se lo fosse.

Lo smartphone è solo il supporto materiale di una trasformazione più antica, in cui il diritto smette di essere qualcosa che si possiede e diventa qualcosa che si ottiene, di volta in volta, a condizione di essere identificabili. 

È una scelta politica, nessuno ha mai potuto sceglierla. Ciò che si decide altrove arriva a noi con il nome di progresso, e il progresso, per definizione, non si discute.

Non hanno tolto la libertà di vivere senza telefono, hanno tolto tutto il resto, e il telefono è rimasto l'unico modo di riaverlo.

Truffe scolastiche

Il sistema dell'insegnamento italiano è puro sfruttamento. Non ti sfrutta un capo, ti sfrutta un algoritmo di punteggio che decide se a settembre avrai un lavoro.

La laurea non basta mai perché non deve bastare, se bastasse, il giro si fermerebbe. Serve il ventiquattro crediti formativi, poi il corso abilitante, poi l'aggiornamento, poi la certificazione x o y, poi il master che vale un punto e mezzo in graduatoria e costa quanto uno stipendio. Ogni scoglio ha un ente che lo eroga a pagamento, spesso privato, spesso accreditato da un ministero che avrebbe dovuto vigilare e invece si è limitato ad aprire il mercato.

Chi ha bisogno del punto lo compera, e chi vende il punto non ha alcun interesse a che il bisogno finisca.

Chi può permettersi corsi, viaggi per le sedi, mesi di supplenze scomode ha qualche probabilità. Chi non può, resta fuori, indipendentemente da quanto sappia insegnare.

Ovviamente questi meccanismi non portano all'innalzamento della qualità ma il suo esatto contrario.

La competenza pedagogica reale, quella dote innata, che si modella con anni di pratica in classe, viene sistematicamente scavalcata da chi ha semplicemente accumulato più carta.

Un sistema che non è in grado di misurare l'insegnamento ma sa misurare la capacità di navigare l'insegnamento come pratica burocratica.

La scuola italiana...quell' architettura che sforna automi ed è disegnata per estrarre denaro a chi vuole lavorarci.


Dischi

Ascoltare un disco o leggere un romanzo per intero sta diventando sempre più complicato, anno dopo anno. Si sta smarrendo totalmente la capacità di abitare la durata.

Viviamo nell'epoca dei reel veloci che stanno vincendo sul tempo spazializzato, l'istante batte il divenire.
I video brevissimi, scorsi col pollice in serie senza fine sono diventati la forma culturale dominante, sono l'apoteosi dell'istante spogliato di ogni contesto, l'eterno presente senza prima e senza dopo.

Il disco è quell' oggetto che si possiede e si onora con un rito di ascolto, non un magazzino infinito da cui prelevare frammenti a piacimento, senza mai impegnarsi con l'insieme. Ecco perché oggi si fatica a concepire un ascolto per intero senza distrarsi.

Non è un discorso astratto che riguarda solo la musica, è indicativo sulla vita delle persone dei nostri tempi.
Questo "skippare" da una traccia all'altra è il simbolo del vivere il presente come qualcosa da consumare in fretta prima che arrivi il prossimo stimolo, non come un'esperienza da abitare fino in fondo. 
Non è così che funziona oggi tutto? A partire dai rapporti di coppia?

Ecco, allora diciamo questo, nel nostro piccolo, ascoltare un disco per intero è un atto controculturale, una piccola disciplina ascetica contro la dittatura dell'immediato. 

Non è questione di nostalgia per il vinile o feticismo per il supporto fisico, bensì  la scelta di lasciarsi ancora attraversare da qualcosa che ha una forma, un inizio e una fine, invece di ridurre ogni cosa a materiale grezzo per la propria distrazione. 

Chi non sa più ascoltare un disco fino in fondo, non sa nemmeno ascoltare se stesso fino in fondo.