C'è un momento nella vita in cui il mondo appare senza divisioni, senza etichette, senza le categorizzazioni che più tardi impariamo a considerare inevitabili. È nell'infanzia che sperimentiamo questa visione pura, questa percezione immediata che trascende ogni dualismo.
Dove si
possono ritrovare questi stati di grazia, questi istinti primordiali, questa
meraviglia perduta? Forse nei sentieri meno battuti della filosofia, quella che
non si perde in argomentazioni ma ci riporta all'esperienza diretta. Nella contemplazione
che le tradizioni spirituali hanno trasmesso. Nell'approccio di Goethe alla
natura - non un oggetto da analizzare ma un organismo vivente da comprendere
attraverso l'empatia. La ritroviamo nell'esperienza di salire una montagna,
quando il respiro si fa corto e la mente si svuota, lasciando spazio solo
all'immediato. E la ritroviamo nel peregrinare, nell'accettare di essere
eternamente in viaggio, mai fermi in un'unica posizione intellettuale o fisica,
sempre aperti all'ignoto che ci attende oltre l'orizzonte. È in questo
movimento costante che ci avviciniamo, non al centro, ma alle periferie della
verità - dove i confini sono sfumati e l'incanto dell'infanzia può nuovamente
manifestarsi.