“In
alcuni luoghi i bambini erano praticamente rapiti per essere condotti a forza
nelle scuole federali, i loro capelli venivano tagliati, i loro vestiti gettati
via ed era loro proibito parlare nella propria lingua. I bambini erano tenuti a
scuola in continuazione, anno dopo anno, al fine di neutralizzare l’influenza
delle loro famiglie.”
Questo è quanto si legge nell’opera “Infanzia e società” di Erik Erikson,
pubblicata nel 1950. Il celebre psicoanalista si riferisce ai bambini Dakota,
sottotribù dei Sioux, ai quali fino agli anni ’20 venne imposta un’educazione
bianca per sradicarli dalle proprie famiglie e così, dalla propria cultura.
Queste parole oggi suonano molto sinistre, soprattutto a coloro abituati a ravvisare
analogie tra il passato ed il presente.
Dal 2001 esiste l’associazione TreeLLLe, con sede a Genova, che ha come
obiettivo realizzare una “società dell’apprendimento permanente”. Le strategie
per farlo, come dichiarava il presidente dell’ente nel 2019 sulle pagine del
Corriere della Sera, occorre “affidare i bambini alla scuola il più
precocemente possibile, nell’età in cui si forma il linguaggio e si strutturano
i comportamenti sociali, almeno fin dai tre anni (…) così da ridurre al minimo
i condizionamenti socio-culturali negativi.”
L’educazione infantile ha
effetti determinanti e durevoli sulla concezione del mondo e sullo sviluppo del
senso di identità del bambino, pertanto dovrebbe essere in primis compito della
famiglia. Il ruolo della scuola arriva in un momento successivo, e di certo non
con il fine di controllare l’apprendimento del linguaggio e la strutturazione
dei comportamenti sociali. Un bambino sottratto troppo precocemente alle cure
parentali ed affidato a un istituto, non potrà che ricevere un’educazione
standardizzata che lo renderà un individuo conformista. Ed è proprio
questo lo scopo della scuola di oggi, un’istituzione che è il prolungamento di
un impianto politico sorvegliante e subdolo, che attraverso spinte gentili (sfrutta
infatti il nudging, una tecnica pensata nell’ambito dell’economia
comportamentale) induce cambiamenti sociali. Associazioni no-profit
(finanziate da banche, ovvio) che collaborano con lo Stato per offrire
un’istruzione di qualità e sollevare le famiglie dal pesante fardello della
cura dei figli: ci pensano loro a “ridurre al minimo i condizionamenti
socio-culturali negativi”. Quali essi siano, naturalmente, è deciso da loro.
Possiamo però immaginare quali condizionamenti da eliminare compaiono nelle loro
griglie di osservazione dell’infante: autonomia di pensiero, spirito di
iniziativa e di ribellione, pensiero divergente, senso di appartenenza. Per
plasmare la società è fondamentale intervenire nella scuola e non basta più,
come un tempo, dare un certo taglio ai libri di testo, formare insegnanti
mediocri e proni al sistema o peggio, chiedere loro atti di fede (come
iniettarsi il siero per continuare a lavorare), l’obiettivo è che non appena un
bambino pronuncia la prima parola, sia affidato all’istituto che provvederà a
insegnargli quella neolingua che atrofizzerà il pensiero e lo piegherà alle
esigenze della società.