L'identità costruita del taccagno

L'avaro classico accumula consapevolmente e con una certa coerenza.
C'è poi un'altra figura molto più sfumata, tutti noi conosciamo qualcuno così: è il taccagno che si crede povero, ovvero quella persona che ha, ma che si convince di non avere. Che possiede un buon conto corrente, un buon lavoro o una pensione sicura, magari una rendita, eppure gira per il mondo con la faccia di chi è sull'orlo del baratro. Si priva a volte anche di beni essenziali, compra a rate ciò che potrebbe pagare in contanti, quasi per godere della sensazione del debito, che conferma e alimenta il suo racconto interiore del "non ce la faccio".

Tali soggetti percepiscono la realtà in maniera falsificata. Il taccagno che si crede povero se ammettesse di avere, dovrebbe anche ammettere di poter dare, di poter spendere, di non avere più la scusa. La scusa è il punto.
L'indigenza simulata, o meglio, percepita, esonera. Chi non arriva a fine mese non può essere generoso, non può offrire il caffè, non può partecipare alla cena, non può donare, non può aiutare. La povertà autoimposta è un'armatura contro il mondo. È il modo in cui certe persone si sottraggono alla relazione, alla reciprocità.

La privazione volontaria a volte è anche una sorta di autopunizione. Certi uomini si infliggono una miseria simbolica per appartenenza. Comprano a rate non perché non possano fare altrimenti, ma perché la rata è l' appartenenza al mondo dei "normali che faticano". La sofferenza piccola e autogestita è preferibile alla libertà, che li spaventa.
E poi c'è la dimensione di quell'identità costruita intorno alla lamentela. "Non arrivo a fine mese" è un ruolo sociale. È il modo in cui certe persone si presentano al mondo, si inseriscono nella conversazione.
Ed è una offesa verso chi, e sono tantissimi, a fine mese non ci arrivano veramente.

Seneca diceva che l'avarizia non ha nulla a che fare con quanto si possiede. È uno stato dell'anima. 

La vera povertà di queste persone non è economica. È immaginativa. Non riescono a immaginare se stesse come qualcuno che può. E questa incapacità, non il saldo del conto, è la prigione in cui vivono. Una prigione comodissima, tra l'altro. Con la pensione assicurata.

Artigiani del collasso

Daniil Charms scriveva nella Leningrado degli anni Trenta, in un'URSS che criminalizzava la stranezza. I suoi racconti duravano a volte una pagina, a volte tre righe. In uno un uomo rosso cade dalla finestra, poi un altro, poi un altro ancora — senza spiegazioni, senza conseguenze, come se cadere fosse semplicemente quello che fa la gente. In un altro un vecchio smette di mangiare, poi di bere, poi di respirare, con la stessa neutralità con cui si smette di leggere il giornale. Azioni che partono e non arrivano da nessuna parte. Non era umorismo nero. Fu arrestato due volte e morì in una prigione psichiatrica nel 1942. Il suo nonsense fu ritenuto pericoloso.

Il comico Maccio Capatonda oggi lavora con gli stessi strumenti, aggiornati all'era digitale. I suoi sketch sono trappole logiche: partono da una premessa normalissima e la portano fino al punto di rottura. Herbert Ballerina, Mariottide, i corti YouTube degli anni Duemila, i trailer parodia: tutto costruito su una grammatica dell'assurdo in cui la gag non è mai casuale, ma il risultato obbligato di una premessa portata all'estremo.

Charms sovvertiva un sistema totalitario con il nonsense, e il sistema lo eliminò. Maccio opera in un mercato che l'assurdo lo addomestica, lo vende, lo monetizza.

Questa è la differenza.

Chi ride di Charms o di Maccio sta riconoscendo qualcosa, una verità sul funzionamento del mondo, e invece di arrendersi alla disperazione, la trasforma in gag. L'assurdo non è una fuga dal reale, è il reale guardato senza l'anestesia della convenzione. E riderne è una forma di ribellione.

Due artigiani del collasso.