Bildungsphilister

Chiunque abbia frequentato un'aula scolastica sa che spesso i ragazzi più dotati vanno peggio a scuola dei loro compagni più mediocri. Nulla di anomalo. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.

La scuola moderna non misura l'intelligenza. Misura la capacità di ricevere uno schema, riprodurlo nei tempi e nei modi previsti, e restituirlo intatto al momento della verifica. Chi sa fare questo con costanza e senza resistenze viene premiato. Chi non lo sa, o non o vuole fare, viene penalizzato, indipendentemente da quello che ha nella testa.

Una persona di intelligenza media ma dotata di disciplina solida, di metodo, di capacità di sopportare lo studio meccanico, attraversa la scuola come un treno sui binari, lenta, prevedibile, inarrestabile. Arriva fino in fondo, prende i voti, ottiene i titoli. Il sistema la riconosce perché parla la sua stessa lingua. Il ragazzo brillante, invece, ha spesso un problema strutturale con tutto questo. La sua mente va troppo veloce, si annoia, trova insopportabile imparare a memoria qualcosa che ha già capito, non riesce a fingere interesse per cose che non gliene danno. La scuola lo legge come pigrizia, come arroganza, come mancanza di impegno. E lo penalizza di conseguenza. Risultato? Il ragazzo disciplinare supera il ragazzo brillante, prende voti migliori, viene lodato dagli insegnanti, e il ragazzo brillante, che nel frattempo magari ha letto il doppio dei libri per conto suo, inizia a credere di essere lui il problema.

Intendiamoci, la capacità di sedersi, di fare le cose anche quando non hai voglia, di costruire un'abitudine solida intorno a un obiettivo, è una forma di forza caratteriale che molte persone brillanti non hanno e che pagano cara per tutta la vita. Il genio disorganizzato che non consegna, che procrastina, che ha idee folgoranti ma non le porta mai a termine paga. Però, precisato questo, il problema è che la scuola valorizza solo la disciplina e in una forma degenere. Non la disciplina come strumento per raggiungere qualcosa, ma la disciplina come fine in sé, come obbedienza agli schemi, come capacità di non fare domande scomode per sviluppare un reale senso critico. La scuola che chiede di imparare a memoria date, formule, classificazioni, senza mai chiedere perché, senza mai creare le condizioni perché uno studente sviluppi un'opinione autonoma su quello che sta studiando, non sta formando esseri pensanti. Sta addestrando esecutori. Sta selezionando, con grande efficienza, le persone più adatte a un mondo in cui bisogna seguire procedure, rispettare gerarchie, non disturbare il manovratore.

Nietzsche chiamava questo tipo di formazione: Bildungsphilister, il filisteo della cultura. Colui che attraversa tutto il percorso educativo, assorbe tutto il contenuto previsto, e ne esce completamente intatto, senza che nulla lo abbia toccato o trasformato. La cultura come ornamento, non come esperienza. Questa non è formazione, è addestramento e non serve essere intelligenti. 

Intossicazione

Tra informarsi ed intossicarsi c'è una bella differenza.

Per decenni il simbolo dell'uomo moderno ipnotizzato dai media è stato il televisore. Poi è arrivato il momento in cui una parte di persone ha smesso di avere la televisione con orgoglio. Niente più TG, niente più dibattiti inutili e propaganda. Bene, e poi?

Sono arrivati gli smartphone.

Il televisore era un apparecchio fisso, in un posto fisso, aveva dei limiti strutturali oggettivi. Oggi quel televisore è in tasca, è sul comodino, lo si consulta in bagno alle tre di notte. Non smette mai di trasmettere. 

Guerre, elezioni estere, catastrofi naturali, decisioni di governi che non sono i nostri, scandali di persone che non conosciamo, fatti di cronaca. Tutto questo materiale entra nella giornata, occupa spazio cognitivo ed emotivo reale, produce stati d'animo come rabbia, angoscia, indignazione, e poi non va da nessuna parte. 

Gli stoici giustamente dicevano di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da investire le proprie energie nella direzione giusta. Come condizione minima per non sprecare la propria vita in uno stato di di passività emotiva e impotenza.

Drogarsi di notizie è l'opposto esatto di questo principio. È il culto dell'eph' hēmin, ovvero ciò che dipende da noi, rovesciato, poiché si forma un'attenzione totale, viscerale, compulsiva verso tutto ciò che non dipende da noi.

Il risultato non è una persona più informata. Lo vediamo, tutta questa informazione non ha prodotto masse più sveglie. Ha invece prodotto persone con opinioni su tutto (confuse) e capacità di concentrarsi su niente. 

Chi si fa il fegato marcio sulle notizie pensa di essere sveglio poiché non distoglie lo sguardo dai fatti del mondo. Ma è una forma di autonarrazione virtuosa che maschera, nella sostanza, un comportamento compulsivo non diverso da quello di chi guarda reel di gatti e culi. Più nobile nell'oggetto certamente, ma identico nella struttura.

Non stiamo affermando di non informarsi su nulla ma c'è da fermarsi e capire che la connessione permanente con annessa costante indignazione non è partecipazione civile e toglie energie dove il singolo può incidere davvero nel suo quotidiano.


Kali Yuga?

Il "tradizionalista" contemporaneo che ciarla di Kali Yuga sui social è un soggetto da osservare.

Lo riconosci subito. Ogni notizia di cronaca è una conferma. Ogni degrado estetico, ogni volgarità televisiva, ogni stupidaggine sui social è una prova ulteriore che siamo nell'era oscura, che la fine è prossima, che il ciclo cosmico sta collassando. Ha sempre la citazione di Evola o Guènon pronta.

Il Kali Yuga nella cosmologia indù è una fase di un ciclo che dura 432.000 anni. Un ciclo che si inserisce in un Mahayuga di 4.320.000 anni, che a sua volta si inserisce in strutture temporali ancora più vaste. Il Kali Yuga è una fase di condensazione, di materializzazione, dove il principio spirituale si oscura, ma che contiene anche la possibilità di una realizzazione accelerata proprio perché le resistenze sono massime.

Il Kali Yuga per il tradizionalista da social è invece la giustificazione cosmica per non agire, per non costruire, per non far nulla, perché "tanto siamo alla fine". È l'alibi metafisico della passività. È l'esatto contrario di qualsiasi tradizione autentica, che ha sempre posto l'accento sull'azione retta hic et nunc, indipendentemente dalle condizioni esterne.

Il Kali Yuga così concepito è comodo. Permette di sentirsi superiori. È la versione intellettuale del nichilismo più banale, travestita da saggezza tradizionale.

Chi ha davvero letto e capito Guénon, Coomaraswamy, Schuon, sa che l'atteggiamento corretto di fronte a un'epoca oscura non è la lamentela continua. È la verticale interiore. È il lavoro su se stessi. È, in certi casi, il silenzio.