Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.

Gestione delle apparenze

C'è una convinzione sempre più diffusa, sdoganata anche da una certa comunicazione pop sulla salute mentale, ovvero che dentro ognuno di noi c'è uno spazio intoccabile, un lato oscuro che non va mostrato a nessuno. Tienilo chiuso eh. Proteggilo! Perché chi lo vede poi scappa. Il messaggio viene confezionato sui social come grande saggezza....non lo è, è piuttosto la mappa perfetta per l'isolamento. Perché se il lato più "scomodo", le paure, le contraddizioni, le zone d'ombra, diventa qualcosa da nascondere per forza, allora ogni rapporto viene costruito su una maschera. Ma i rapporti veri nascono proprio dal contrario. Dal momento in cui si mostra quel lato a qualcuno e quello non scappa. Anzi, tira fuori il suo. Questo è il punto di non ritorno di un rapporto autentico. Altro che chiudersi sempre, quella non è protezione, ci si condanna solo a diventare monadi con rapporti di superficie.

Ecco uno dei motivi per cui gli psicologi in questo periodo storico si stanno riempiendo le tasche. Perché a fronte di queste concezioni ultradifensive poi la gente si rivolge agli sconosciuti, pagandoli. La selezione è necessaria ovviamente, non si apre a chiunque. Ma la questione è opposta a quella che viene venduta da certi fumettisti pop o dagli influencer "saggi" ipercondivisi sui social. Non è vero che bisogna chiudere il proprio lato oscuro al mondo. C'è da trovare piuttosto le due o tre persone a cui vale la pena aprirlo. È l'unica vera ricchezza. Il resto è gestione delle apparenze e spreco di denaro.



Ancora narcisisti

Ogni tanto torniamo su questo argomento che ci rende tanto antipatici, ma è necessario.

Il narcisista non esiste.

O meglio, esiste, ma non è il tuo ex. Non è la tua ex. Non è quella persona che ti ha fatto stare male due anni fa e che ora hai etichettato con una diagnosi presa da un video della Bruzzone. 

Il "narcisismo" è diventato la parola più abusata del decennio. Prima era "tossico". Prima ancora era "manipolatore". 

Sappiate che c'è un'industria intera, composta da psicologi compiacenti e "influencer" del benessere emotivo che campa su questa roba. 

Il meccanismo è sempre lo stesso, trasformare ogni relazione andata male in un crimine, ogni ex in un mostro clinicamente classificabile, ogni persona ferita in una vittima certificata. 

La realtà delle relazioni umane è però differente.

Dietro la maggior parte di queste storie non c'è nessun narcisista. C'è una persona insicura che non sa cosa vuole. C'è un'altra persona che sceglie, inconsciamente, sistematicamente, chi la tratterà male, perché è l'unico tipo di amore che riconosce come reale. C'è chi confonde l'intensità con la profondità, il conflitto con la passione, il bisogno con il desiderio. C'è chi non ha mai fatto i conti con sé stesso e riversa su un'etichetta diagnostica la responsabilità di quella mancanza.

Una analisi seria sa che le relazioni disfunzionali si costruiscono in due. Che chi attrae ripetutamente lo stesso tipo di persona dovrebbe smettere di studiare l'altro e cominciare a studiare sé stesso. Che la domanda non è "perché lui è così?" ma "perché io scelgo sempre qualcuno così?"

Invece no. Abbiamo una guerra tra i sessi alimentata a diagnosi a colpi di reel. Gli uomini accusano le donne di essere narcisiste. Le donne accusano gli uomini di essere narcisisti. Ognuno è la vittima dell'altro. Ognuno ha il suo esperto digitale che gli dà ragione, che gli spiega perché ha ragione.

A "qualcuno" conviene così, mantenere le persone nell'identità della vittima, immobili, risentite, dipendenti da chi le somministra e le convalida.

La guerra tra i sessi continua.