Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti
di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse
se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che
fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità.
La politica locale viene percepita dalla gran parte
di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è
l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può
ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene
comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.
Non è che il semplice consigliere comunale prenda
uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre
basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi
retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.
Il consigliere comunale di paese non si
"sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità,
credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita
immediata.
Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la
spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato
ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel
momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti
volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai
infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con
altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh,
tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.
Stiamo generalizzando?
Mica tanto, quelli che si presentano realmente per
contribuire al bene comune sono una esigua minoranza.
Miserie elettorali.
