"Branco" e "Lavoratori"

Pubblichiamo le due riflessioni che abbiamo fatto sui social, inerenti al tragico fatto di cronaca di Massa in cui un papà è stato ucciso di fronte al proprio bambino.

“BRANCO”

Ogni volta che una cosiddetta "baby gang" accoltella, picchia, uccide, i genitori dicono la stessa cosa: "Mio figlio era nel posto sbagliato." È la formula perfetta per non dire nulla. Il problema non è il posto sbagliato. È che tuo figlio era nel branco. Il branco non è un'aggregazione innocua di ragazzi annoiati. È un meccanismo preciso di regressione. Lo sapeva Gustave Le Bon già nell'Ottocento, nella folla, l'individuo non somma la propria intelligenza a quella degli altri, la perde. La massa non è la media dei suoi componenti; è qualcosa di inferiore a ciascuno di essi. Il pensiero cede il passo all'istinto, la responsabilità si dissolve nell'anonimato, e ciò che nessuno farebbe da solo diventa possibile quando lo fanno tutti. Canetti lo chiamò il meccanismo della "scarica", nel branco ci si libera del peso di essere qualcuno. E questa liberazione, per un adolescente che non ha ancora costruito un'identità solida, è come una droga. Il bisogno di appartenenza va educato. Il compito educativo è quello di costruire in un figlio un IO abbastanza definito da non aver bisogno di dissolversi per sentirsi qualcuno. Non è semplice ma va fatto. Il gregge è la soluzione di chi non ha il coraggio di essere sé stesso. Chi entra nel branco non è "cattivo" di per sé, è vuoto. Ed è proprio quel vuoto che i genitori devono perlomeno tentare di riempire prima. "Posto sbagliato" è la resa di chi non vuole fare i conti con un fallimento educativo che ha radici ben più profonde di una serata storta.

“LAVORATORI”

«Siamo dei lavoratori.» È questa la frase che i genitori degli aggressori di Massa hanno ripetuto ai microfoni. Non è la prima volta, né sarà l'ultima, che sentiamo tale frase come se fosse un talismano, una patente di rispettabilità. Siamo dei lavoratori. Non dicono di sapere dove andava, con chi stava, come pensava. Dicono: andiamo a lavorare. Come fosse automaticamente un atto educativo, un trasferimento di valori, una presenza. C'è una mitologia dura a morire, secondo cui il lavoro nobiliti non solo chi lo compie ma l'intera famiglia che ne beneficia. Il padre che torna a casa esausto è già, per definizione, un buon padre. Ha portato il pane. Ha fatto la sua parte. Che cosa volete di più? Volete un adulto che sappia stare nella vita del figlio, come presenza reale, come interlocutore, come limite? Qualcuno che la sera non crolli sul divano rivendicando il diritto alla propria stanchezza come unica forma di comunicazione familiare? Suvvia..

Il «bravo lavoratore» che si autoassolve dietro l'etica della fatica è spesso un assente che si pulisce la coscienza. Ha delegato. Ha delegato alla scuola, alla strada, allo schermo, agli amici sbagliati, al caso. E quando il caso ha fatto il suo corso, si presenta davanti alle telecamere e dice "noi lavoriamo eh", come se questo chiudesse il conto. Non lo chiude il conto, lo apre. Un figlio ha bisogno di qualcuno che lo guardi davvero, che si accorga di quello che diventa, che ogni tanto gli faccia attrito. Il tutto richiede tempo, energia emotiva, conflitti fastidiosi. Chiaro "lavoratori"? Il bambino che ha visto morire suo padre davanti ai propri occhi non sarà consolato dal sapere che gli assassini venivano da famiglie di "lavoratori".




Gatekeeping?

Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di "Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.

Trattasi di accuse che circolano con la stessa frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue etichette più comode.

È diventato una sorta di riflesso pavloviano.

Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.

Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.  

Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.

Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero. 

Ma evidentemente dare a tutti del "gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della storia.


From di John Griffin

Una serie tv che segnaliamo è "FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza. Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando si smette di fare i conti con se stessi.

Buona visione a chi vorrà entrarci dentro.