Invidia e libertà

 

L'invidia non nasce dal bisogno, nasce dal confronto. L'invidioso non soffre perché non ha, soffre perché tu hai, a prescindere. Ti vuole vedere crollare, lo brama nel cuore, e non lo ammetterà mai. I Greci la chiamavano phthonos, e sapevano che è la più umana delle passioni, perché non chiede nulla per sé, chiede soltanto che l'altro perda.

Ora, una passione così nota da venticinque secoli, poteva sfuggire a chi governa? Ovviamente no. Chi detiene il potere conosce l'animo umano. E sa che un popolo invidioso è un popolo perfetto.

Così è nata la vetrina universale dei social e i suoi meccanismi.

La piattaforma non vende altro, il suo prodotto è proprio questo, perché l'invidioso è un cliente fedele, torna a guardare, a controllare, a bramare.

Una gabbia che la gente riempie di contenuti, volontariamente, con orgoglio. Ogni vita esibita alimenta l'invidia di cento altri, che a loro volta si esibiscono per farsi invidiare. Un meccanismo che si nutre di se stesso e non ha bisogno di una mano che lo spinga. Chi lo ha progettato lo sa bene, e dorme tranquillo.

Il vero esame dell'anima sapete qual è?

Rallegrarsi con chi si rallegra.

Chi si rallegra del bene altrui è l'unico uomo che il sistema non sa come trattare. Non può vendergli nulla, non può dividerlo da nessuno, non puó metterlo contro il suo vicino. L'invidia è il guinzaglio; la gioia condivisa è la prima forma di libertà.

La libertà comincia dentro, e chi non la conquista lì, può sventolarla in piazza quanto vuole, resterà sempre al guinzaglio.


John Polkinghorne

John Polkinghorne, fisico teorico a Cambridge, poi sacerdote anglicano, è una figura interessante.

Da una lato abbiamo lo scientismo da bar, quello del "lo dice la scienzah", che scambia il metodo per metafisica e crede che ciò che non si misura non esista. Dall'altra il fideismo che teme la realtà. 

Polkinghorne smonta entrambi, dimostrando che il laboratorio e la tensione verso il trascendente non sono nemici. La scienza risponde al «come», ma il fatto stesso che l'universo sia intelligibile, che la matematica scritta alla lavagna combaci con il mondo, resta una domanda che nessuna equazione può esaurire. 

Chi non si stupisce davanti a questo non ha capito la scienza, e chi si stupisce soltanto non ha capito la fede.

Polkinghorne chiede che la fede venga trattata con lo stesso rigore di un'ipotesi, seria, motivata, non certa, aperta alla verifica del senso. La chiamava «ricerca di una comprensione motivata», una formula intellettualmente onesta.

Un autore da leggere perché sono rari coloro che sanno fare i calcoli ma anche inginocchiarsi, senza che l'una cosa tradisca l'altra. 

Polkinghorne ricorda che chi ha misurato l'universo e poi ha alzato lo sguardo non ha rinunciato alla ragione, l'ha portata fino al limite, dove comincia la meraviglia.


Il decadimento artistico non è una questione generazionale

 

Ogni volta che si critica la musica contemporanea puntuale arriva chi afferma "Anche ai nostri tempi i genitori dicevano che la musica che ascoltavamo non valeva nulla!".

No... mettere sullo stesso piano fenomeni musicali profondamente diversi è scorretto. Quando i genitori criticavano i Beatles, i Led Zeppelin, i Pink Floyd o gli Iron Maiden, contestavano artisti che componevano, sperimentavano, costruivano melodie, sviluppavano arrangiamenti e contribuivano, ciascuno a modo proprio, all'evoluzione del linguaggio musicale. Si poteva amarli oppure detestarli, ma esisteva un lavoro creativo concreto da discutere, un universo sonoro da esplorare, una personalità artistica da riconoscere.

Oggi, invece, se guardiamo ai vertici degli ascolti su YouTube, con nomi come Geolier, Sfera Ebbasta, Anna Pepe e Shiva, ci si chiede quale sia l'idea di musica dominante. Non c'entra nulla il conflitto generazionale.

Qui il problema non è che questi "artisti" siano giovani, che utilizzino un linguaggio diverso o che non suonino come i musicisti di quarant'anni fa. Il problema è un modello produttivo nel quale la componente musicale tradizionale (melodia, armonia, esecuzione strumentale, arrangiamento) è sempre più marginale, mentre assumono un ruolo centrale le basi programmate, i loop, le formule con voce elaborata, spesso attraverso l'Auto-Tune. La differenza rispetto al passato non può essere liquidata dicendo che ogni generazione considera mediocre la musica della generazione successiva. Bisognerebbe almeno confrontare i linguaggi, le tecniche, le ambizioni creative e i risultati. La musica può evolversi, contaminarsi, rompere ogni regola e reinventarsi. Ma se, per difendere qualsiasi prodotto contemporaneo, l'unico argomento rimasto è che "anche i nostri genitori criticavano la musica che ascoltavamo", non ci siamo..

Questa non è una sterile guerra tra generazioni, c'è da comprendere come si è giunti ad un degrado musicale di tal portata, specchio dell'attuale società. Tutelare i ragazzi da tale accozzaglia musicale è un dovere di ogni genitore.