Sport, passioni e distrazioni

Sabato sera c'è stata la partita di calcio Inter-Juventus.

Notare come dopo ogni grande partita, sembra che il paese si fermi. Non metaforicamente, si ferma davvero. I bar, i social, i giornali, i tavoli di famiglia. Per giorni milioni di persone condividono la stessa lingua, la stessa urgenza emotiva.

Di fronte a ciò non vogliamo fare moralismi e parlare di "oppio dei popoli", perché c'è qualcosa di genuinamente bello nonostante lo stato in cui versa lo sport moderno tra denaro e corruzione.

Lo sport ha sempre funzionato come collante sociale, come spazio di condivisione. Non è un meccanismo stupido, è antico, è umano, e ha la sua dignità.

Pertanto il punto non è condannare il calcio, sarebbe sin troppo semplice fare retorica.

Il punto su cui soffermarci è un altro, ovvero cosa succederebbe se quella stessa coordinazione spontanea, con milioni di persone che guardano nella stessa direzione, con la stessa intensità, si rivolgesse, anche a qualcos'altro?

Perché la capacità c'è come vediamo. Quando succede qualcosa che tocca abbastanza emotivamente, le masse sanno attivarsi, dibattere, indignarsi, commuoversi, mobilitarsi. 

Molta gente sa che esistono anche questioni più importanti su cui investire energie ma la consapevolezza astratta non basta senza un innesco emotivo, una storia concreta, un volto, una narrativa che faccia sentire appartenenza.

Il calcio questo lo sa fare molto bene. Rende concreta l'astrazione ma tale capacità di stare insieme, di sentire, di discutere, non può esaurirsi nello sport. C'è una sproporzione enorme.  

Chi racconta del mondo, giornalisti, politici, narratori di ogni genere sul web, dovrebbe imparare dal calcio la capacità di rendere viscerale ciò che è importante. Ma la volontà non c'è ovviamente...

Lo sport non è il problema. 

La passione collettiva non è il problema. 

Quella passione esiste, è potente, è reale ma quando si tratta di altre cose che incidono sulle vite, quella stessa intensità sparisce e quella passione non viene alimentata perché non conviene alimentarla. 

È fisiologico che lo sport unisca, ancestralmente trattasi di senso di appartenenza e competizione incanalata, il punto è che questi aspetti vengono tenuti accesi con cura, perché un'energia incanalata solo nello stadio è un'energia che rimane circoscritta.


Black Mirror e il dissenso

Ricordate la serie tv Black Mirror? E l'episodio intitolato "Quindici Milioni di Meriti"? Chi non l'avesse mai visto, lo recuperi. 

Nell'episodio il protagonista sopravvive in un mondo di schermi poi ad un certo punto si ribella. Sale su un palco e urla la sua rabbia contro il sistema. E il sistema che fa? Applaude. Gli offre uno show tutto suo dove potrà sfogarsi due volte a settimana. Non repressione, ma assorbimento, esattamente quanto accade con il "dissenso" che vediamo ogni giorno. 

Il dissenso è oggi un prodotto. Il sistema non combatte più il dissenso, lo monetizza. Nei social media, un post di denuncia può fare milioni di visualizzazioni, arricchire le piattaforme che incarnano proprio quelle disuguaglianze. La rabbia diventa il loro algoritmo, il loro profitto. Il sistema lo sa e può permettersi di monetizzare anche il dissenso più feroce, perché le masse sono frammentate, ipnotizzate. La "rivoluzione" è intrattenimento. Lo sfogo è catarsi che evapora in un like. Il sistema lascia urlare perché ha capito che oggi più che mai le masse esangui non fanno "rivoluzioni", guardano video di proclami sulle "rivoluzioni".