Narrazioni polarizzanti

Chiedere che l'ingresso degli stranieri in un Paese avvenga secondo regole stabilite, è una posizione di destra.

Accettare che il Paese si riempa di persone prive di documenti, che delinquono e generano attriti sociali è una posizione di sinistra.

Dire che il modello naturale di una famiglia è quello formato da un uomo e una donna, è un'idea di destra.

Appoggiare carrozzoni LGBT+#€ è di sinistra.

Sostenere che le decisioni economiche di una Nazione debbano rispondere agli interessi dei suoi cittadini è una posizione di destra.

Subordinare ogni scelta di politica industriale ai vincoli di bilancio dettati da Bruxelles, accettandoli come un destino ineluttabile, è invece di sinistra.

Difendere il diritto di una comunità a custodire la propria memoria storica, i propri simboli, le proprie ricorrenze, è un'idea di destra.

Riscrivere il passato per adattarlo alle sensibilità del presente, rimuovendo nomi, statue, tradizioni, viene presentato come progresso di sinistra.

Ritenere che la scuola debba trasmettere conoscenza e spirito critico prima di trasformarsi in laboratorio di ingegneria sociale è destra.

Importare senza alcun dibattito pubblico ogni nuova teoria identitaria d'importazione, calandola nei programmi scolastici, è sinistra.

Pensare che il dissenso, anche quello scomodo, debba poter essere espresso e discusso pubblicamente è destra.

Affidare a piattaforme private il compito di etichettare ogni posizione fuori dal coro come "odio" o "disinformazione" è sinistra.

...e si potrebbe continuare all'infinito, perché lo schema è sempre lo stesso, ogni posizione di buon senso, quella che un tempo sarebbe stata semplicemente l'opinione della maggioranza silenziosa, viene oggi ribattezzata "destra", come fosse un'anomalia da correggere, mentre la sua negazione, per quanto innaturale e dannosa, viene venduta come "progresso" di sinistra.

Si tratta di una narrazione fasulla, costruita a tavolino.
Storicamente non è mai stato così, la sinistra del Novecento difendeva i confini, il lavoro, la sovranità popolare contro il grande capitale. Le etichette sono state svuotate e riassegnate. Dire "di destra" evoca lo spauracchio fascismo, impedisce che la gente si accorga di avere, su quasi tutto, lo stesso buon senso del vicino di casa che vota diversamente da lei.

Polarizzare significa distrarre. E un popolo distratto non si accorge di chi sta davvero decidendo per lui.

L'industria antropomorfa

I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri. Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa più.

Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici. Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia come struttura di senso.

Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente, sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.

Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.