Falsi miti 2

Altro pregiudizio e mito da smontare è quello per cui, a fronte di un episodio violento di cronaca, il criminale è tale anche perchè "praticava arti marziali, faceva boxe, frequentava una palestra di combattimento." 

Chi ha praticato seriamente uno sport da combattimento — non importa quale, boxe, judo, muay thai, jiu-jitsu, karate — sa che la prima cosa che impara non è come colpire. È quando non farlo. La filosofia che attraversa questi sport, dalle radici orientali alle tradizioni occidentali, è costruita attorno a un principio fondamentale: la forza fisica acquisita va contenuta, non esibita. Il controllo del corpo è il mezzo. Il controllo di sé è il fine. Un judoka molto esperto potrebbe neutralizzare chiunque ed è esattamente per questo che non lo fa mai fuori dal tatami.

La disciplina è la sostanza di questi sport. L'allenamento ripetuto, la perseveranza, la gerarchia rispettata, la sconfitta accettata, tutto questo forma un tipo umano che ha non ha bisogno di dimostrare qualcosa per strada. 

Chi sa davvero combattere raramente combatte. Chi invece aggredisce un estraneo per futili motivi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa fare nulla, si muove sull'adrenalina, sul branco, sull'alcol, sull'incapacità di gestire la frustrazione. Esattamente le cose che uno sport da combattimento serio decostruisce nel tempo.

Il giornalismo cialtrone però ha bisogno di concatenazioni semplici, causa ed effetto, colpevole e strumento. Praticava boxe/arti marziali suona pericoloso. È efficace come titolo.

Scrivono: "faceva lo sport di combattimento X" e lasciano che il pregiudizio faccia il resto del lavoro. 

I soliti ciarlatani dell'"informazione" insomma.


Falsi miti

Ogni volta che accade un episodio violento in società, non mancano i commentatori pronti a indicare il colpevole: il cinema violento, il videogame brutale, la musica aggressiva. 

Questa è una delle narrazioni più banali e comode che esistano.

Scarica la responsabilità e assolve tutti, la famiglia, la scuola, il contesto sociale, le istituzioni.

Il Giappone è uno dei mercati videoludici e cinematografici più violenti del pianeta, dai picchiaduro agli horror più estremi, dai manga splatter all'anime più disturbanti. Eppure ha uno dei tassi di criminalità violenta più bassi al mondo.

Come si spiega ciò secondo tale narrazione?

Il Nord Europa ha prodotto e produce musica estrema, tra i generi musicali piú distruttivi mai concepiti, eppure rimane tra i paesi più pacifici e civili al mondo.

In realtà, da Aristotele alla psicoanalisi contemporanea, sappiamo che nella finzione violenta non vi è un'istigazione ma una catarsi. L'individuo che sfoga la propria aggressività su un film, in un racconto, in una musica che urla quello che lui non riesce ad articolare, non sta imparando a fare del male, sta scaricando una tensione che, altrimenti, potrebbe trovare vie meno controllate.

Il cinema horror, il metal estremo, i videogiochi brutali non creano certo assassini, offrono un contenitore simbolico a pulsioni che esisterebbero comunque, con o senza la colonna sonora.

Chi è cresciuto con la violenza cinematografica, con la musica estrema, con i videogiochi dall'estetica brutale, sa perfettamente distinguere la rappresentazione dalla realtà. Sa che il sangue sullo schermo è finzione, che il riff distorto è linguaggio, che il combattimento digitale è un gioco.

E dunque sottolineiamo tali ovvietà, perché a quanto pare non lo sono. Chi commette violenza reale non lo fa perché ha guardato o letto cose violente. Lo fa perché ha una storia, personale, familiare, sociale che lo ha indotto ad agire in un determinato modo.

Affermare il contrario è non voler guardare quella storia in profondità e fermarsi a considerazioni di comodo.


"Branco" e "Lavoratori"

Pubblichiamo le due riflessioni che abbiamo fatto sui social, inerenti al tragico fatto di cronaca di Massa in cui un papà è stato ucciso di fronte al proprio bambino.

“BRANCO”

Ogni volta che una cosiddetta "baby gang" accoltella, picchia, uccide, i genitori dicono la stessa cosa: "Mio figlio era nel posto sbagliato." È la formula perfetta per non dire nulla. Il problema non è il posto sbagliato. È che tuo figlio era nel branco. Il branco non è un'aggregazione innocua di ragazzi annoiati. È un meccanismo preciso di regressione. Lo sapeva Gustave Le Bon già nell'Ottocento, nella folla, l'individuo non somma la propria intelligenza a quella degli altri, la perde. La massa non è la media dei suoi componenti; è qualcosa di inferiore a ciascuno di essi. Il pensiero cede il passo all'istinto, la responsabilità si dissolve nell'anonimato, e ciò che nessuno farebbe da solo diventa possibile quando lo fanno tutti. Canetti lo chiamò il meccanismo della "scarica", nel branco ci si libera del peso di essere qualcuno. E questa liberazione, per un adolescente che non ha ancora costruito un'identità solida, è come una droga. Il bisogno di appartenenza va educato. Il compito educativo è quello di costruire in un figlio un IO abbastanza definito da non aver bisogno di dissolversi per sentirsi qualcuno. Non è semplice ma va fatto. Il gregge è la soluzione di chi non ha il coraggio di essere sé stesso. Chi entra nel branco non è "cattivo" di per sé, è vuoto. Ed è proprio quel vuoto che i genitori devono perlomeno tentare di riempire prima. "Posto sbagliato" è la resa di chi non vuole fare i conti con un fallimento educativo che ha radici ben più profonde di una serata storta.

“LAVORATORI”

«Siamo dei lavoratori.» È questa la frase che i genitori degli aggressori di Massa hanno ripetuto ai microfoni. Non è la prima volta, né sarà l'ultima, che sentiamo tale frase come se fosse un talismano, una patente di rispettabilità. Siamo dei lavoratori. Non dicono di sapere dove andava, con chi stava, come pensava. Dicono: andiamo a lavorare. Come fosse automaticamente un atto educativo, un trasferimento di valori, una presenza. C'è una mitologia dura a morire, secondo cui il lavoro nobiliti non solo chi lo compie ma l'intera famiglia che ne beneficia. Il padre che torna a casa esausto è già, per definizione, un buon padre. Ha portato il pane. Ha fatto la sua parte. Che cosa volete di più? Volete un adulto che sappia stare nella vita del figlio, come presenza reale, come interlocutore, come limite? Qualcuno che la sera non crolli sul divano rivendicando il diritto alla propria stanchezza come unica forma di comunicazione familiare? Suvvia..

Il «bravo lavoratore» che si autoassolve dietro l'etica della fatica è spesso un assente che si pulisce la coscienza. Ha delegato. Ha delegato alla scuola, alla strada, allo schermo, agli amici sbagliati, al caso. E quando il caso ha fatto il suo corso, si presenta davanti alle telecamere e dice "noi lavoriamo eh", come se questo chiudesse il conto. Non lo chiude il conto, lo apre. Un figlio ha bisogno di qualcuno che lo guardi davvero, che si accorga di quello che diventa, che ogni tanto gli faccia attrito. Il tutto richiede tempo, energia emotiva, conflitti fastidiosi. Chiaro "lavoratori"? Il bambino che ha visto morire suo padre davanti ai propri occhi non sarà consolato dal sapere che gli assassini venivano da famiglie di "lavoratori".