Black Mirror e il dissenso

Ricordate la serie tv Black Mirror? E l'episodio intitolato "Quindici Milioni di Meriti"? Chi non l'avesse mai visto, lo recuperi. 

Nell'episodio il protagonista sopravvive in un mondo di schermi poi ad un certo punto si ribella. Sale su un palco e urla la sua rabbia contro il sistema. E il sistema che fa? Applaude. Gli offre uno show tutto suo dove potrà sfogarsi due volte a settimana. Non repressione, ma assorbimento, esattamente quanto accade con il "dissenso" che vediamo ogni giorno. 

Il dissenso è oggi un prodotto. Il sistema non combatte più il dissenso, lo monetizza. Nei social media, un post di denuncia può fare milioni di visualizzazioni, arricchire le piattaforme che incarnano proprio quelle disuguaglianze. La rabbia diventa il loro algoritmo, il loro profitto. Il sistema lo sa e può permettersi di monetizzare anche il dissenso più feroce, perché le masse sono frammentate, ipnotizzate. La "rivoluzione" è intrattenimento. Lo sfogo è catarsi che evapora in un like. Il sistema lascia urlare perché ha capito che oggi più che mai le masse esangui non fanno "rivoluzioni", guardano video di proclami sulle "rivoluzioni".


Schiavismo in epoca digitale

Siamo nell'epoca dell'AI e della grande tecnologia e le multinazionali che fanno?  Ordinano ai propri schiav...ehm dipendenti di tornare alla scrivania. Stellantis elimina lo smart working. Altre multinazionali come Ubisoft e Amazon anche.

Abbiamo gli strumenti per lavorare da qualsiasi luogo del mondo, eppure chiedono di tornare a sprecare ore in macchina o sui mezzi, a fingere di essere occupati per otto ore consecutive, a sacrificare momenti con i figli e tempo prezioso sull'altare della "cultura aziendale".

Dietro queste scelte non c'è un discorso millantato di efficienza. Si tratta di controllo. Di una mentalità industriale volutamente controllante.
Proclamano innovazione e trasformazione digitale, ma nel frattempo costringono la gente a modelli lavorativi degli anni '50. Otto ore, cinque giorni, presenza fisica obbligatoria. Schiavitù.

Non è che manca è il coraggio di immaginare un mondo del lavoro diverso. È proprio quello che non vogliono: persone con tempo per pensare, per stare con le famiglie, per avere una vita oltre il badge aziendale.

E i media gongolano con titoli vergognosi come "la pacchia dello smart working".

La tecnologia va bene finché aumenta i profitti, non quando migliora la vita delle persone.