Una forma di ingratitudine verso la vita è il dimenticare di
stare bene. Quando il corpo non fa rumore semplicemente lo si ignora. Lo si dà
per scontato, senza gratitudine, senza stupore. Il benessere è invisibile. Un
proverbio dice "La salute è una corona che i sani portano in testa, ma che
solo i malati riescono a vedere." Basta una notte di febbre alta, un
dolore acuto, una diagnosi, gli acciacchi degli anni che passano, e tutto
cambia prospettiva in pochi istanti. Le priorità si riordinano da sole, quasi
per magia. Ciò che sembrava urgente diventa irrilevante. Ciò che sembrava ovvio
diventa prezioso. Ci si rende conto, all'improvviso, di quanta energia viene
sprecata in piccole ansie, in rivalità inutili, in rincorse senza meta. Ci si
rende conto in un attimo che si sarebbe potuti essere più leggeri, più grati.
Muoversi, respirare, camminare sotto il sole, non sono cose scontate. Coltivare
la memoria del corpo sano anche quando si è sani è importantissimo perché
cambia prospettiva nel porsi quotidiano. Ricordare, ogni mattina in cui ci si
alza senza dolore, che questo è un privilegio. Non eterno. Non garantito. Non
dovuto. È una disciplina spirituale allenarsi quotidianamente a vedere ciò che
c'è. Non aspettare la perdita per sviluppare consapevolezza. Stare bene, oggi,
qui ed ora, è moltissimo, forse tutto. È il punto di partenza per vedere la
vita da una corretta prospettiva.
Prospettive
Sport, passioni e distrazioni
Sabato sera c'è stata la partita di calcio
Inter-Juventus.
Notare come dopo ogni grande partita,
sembra che il paese si fermi. Non metaforicamente, si ferma davvero. I bar, i
social, i giornali, i tavoli di famiglia. Per giorni milioni di persone
condividono la stessa lingua, la stessa urgenza emotiva.
Di fronte a ciò non vogliamo fare
moralismi e parlare di "oppio dei popoli", perché c'è qualcosa di
genuinamente bello nonostante lo stato in cui versa lo sport moderno tra denaro
e corruzione.
Lo sport ha sempre funzionato come collante sociale, come spazio di condivisione. Non è un meccanismo stupido, è antico, è umano, e ha la sua dignità.
Pertanto il punto non è condannare il
calcio, sarebbe sin troppo semplice fare retorica.
Il punto su cui soffermarci è un altro,
ovvero cosa succederebbe se quella stessa coordinazione spontanea, con milioni
di persone che guardano nella stessa direzione, con la stessa intensità, si
rivolgesse, anche a qualcos'altro?
Perché la capacità c'è come vediamo. Quando succede qualcosa che tocca abbastanza emotivamente, le masse sanno attivarsi, dibattere, indignarsi, commuoversi, mobilitarsi.
Molta gente sa che esistono anche
questioni più importanti su cui investire energie ma la consapevolezza astratta
non basta senza un innesco emotivo, una storia concreta, un volto, una
narrativa che faccia sentire appartenenza.
Il calcio questo lo sa fare molto bene. Rende concreta l'astrazione ma tale capacità di stare insieme, di sentire, di discutere, non può esaurirsi nello sport. C'è una sproporzione enorme.
Chi racconta del mondo, giornalisti, politici, narratori di ogni genere sul web, dovrebbe imparare dal calcio la capacità di rendere viscerale ciò che è importante. Ma la volontà non c'è ovviamente...
Lo sport non è il problema.
La passione collettiva non è il
problema.
Quella passione esiste, è potente, è reale ma quando si tratta di altre cose che incidono sulle vite, quella stessa intensità sparisce e quella passione non viene alimentata perché non conviene alimentarla.
È fisiologico che lo sport unisca,
ancestralmente trattasi di senso di appartenenza e competizione incanalata, il
punto è che questi aspetti vengono tenuti accesi con cura, perché un'energia
incanalata solo nello stadio è un'energia che rimane circoscritta.
