In Italia, chi tira su un muro ha più di
cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con
passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico,
il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che
reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per
origine.
Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta.
Se li senti, i
loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena
legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i
mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per
l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente.
Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica,
una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri
paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove
tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati,
avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano
un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media
presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.
Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre
i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano
chi raccogliere il mestiere.
Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno
coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano
delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano
i punti. O non vogliono farlo.
Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non
solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo
andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il
lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce
l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare.
Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà.
I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.
