John Polkinghorne

John Polkinghorne, fisico teorico a Cambridge, poi sacerdote anglicano, è una figura interessante.

Da una lato abbiamo lo scientismo da bar, quello del "lo dice la scienzah", che scambia il metodo per metafisica e crede che ciò che non si misura non esista. Dall'altra il fideismo che teme la realtà. 

Polkinghorne smonta entrambi, dimostrando che il laboratorio e la tensione verso il trascendente non sono nemici. La scienza risponde al «come», ma il fatto stesso che l'universo sia intelligibile, che la matematica scritta alla lavagna combaci con il mondo, resta una domanda che nessuna equazione può esaurire. 

Chi non si stupisce davanti a questo non ha capito la scienza, e chi si stupisce soltanto non ha capito la fede.

Polkinghorne chiede che la fede venga trattata con lo stesso rigore di un'ipotesi, seria, motivata, non certa, aperta alla verifica del senso. La chiamava «ricerca di una comprensione motivata», una formula intellettualmente onesta.

Un autore da leggere perché sono rari coloro che sanno fare i calcoli ma anche inginocchiarsi, senza che l'una cosa tradisca l'altra. 

Polkinghorne ricorda che chi ha misurato l'universo e poi ha alzato lo sguardo non ha rinunciato alla ragione, l'ha portata fino al limite, dove comincia la meraviglia.


Il decadimento artistico non è una questione generazionale

 

Ogni volta che si critica la musica contemporanea puntuale arriva chi afferma "Anche ai nostri tempi i genitori dicevano che la musica che ascoltavamo non valeva nulla!".

No... mettere sullo stesso piano fenomeni musicali profondamente diversi è scorretto. Quando i genitori criticavano i Beatles, i Led Zeppelin, i Pink Floyd o gli Iron Maiden, contestavano artisti che componevano, sperimentavano, costruivano melodie, sviluppavano arrangiamenti e contribuivano, ciascuno a modo proprio, all'evoluzione del linguaggio musicale. Si poteva amarli oppure detestarli, ma esisteva un lavoro creativo concreto da discutere, un universo sonoro da esplorare, una personalità artistica da riconoscere.

Oggi, invece, se guardiamo ai vertici degli ascolti su YouTube, con nomi come Geolier, Sfera Ebbasta, Anna Pepe e Shiva, ci si chiede quale sia l'idea di musica dominante. Non c'entra nulla il conflitto generazionale.

Qui il problema non è che questi "artisti" siano giovani, che utilizzino un linguaggio diverso o che non suonino come i musicisti di quarant'anni fa. Il problema è un modello produttivo nel quale la componente musicale tradizionale (melodia, armonia, esecuzione strumentale, arrangiamento) è sempre più marginale, mentre assumono un ruolo centrale le basi programmate, i loop, le formule con voce elaborata, spesso attraverso l'Auto-Tune. La differenza rispetto al passato non può essere liquidata dicendo che ogni generazione considera mediocre la musica della generazione successiva. Bisognerebbe almeno confrontare i linguaggi, le tecniche, le ambizioni creative e i risultati. La musica può evolversi, contaminarsi, rompere ogni regola e reinventarsi. Ma se, per difendere qualsiasi prodotto contemporaneo, l'unico argomento rimasto è che "anche i nostri genitori criticavano la musica che ascoltavamo", non ci siamo..

Questa non è una sterile guerra tra generazioni, c'è da comprendere come si è giunti ad un degrado musicale di tal portata, specchio dell'attuale società. Tutelare i ragazzi da tale accozzaglia musicale è un dovere di ogni genitore.


"Oriente e Occidente" di Mario Liverani

Nelle scuole insegnano che l'Occidente è nato in Grecia dal nulla, già formato e completo, mentre l'Oriente restava fermo a guardare, impantanato nel suo dispotismo.

Nel libro "Oriente e Occidente", il grande studioso Mario Liverani mostra che questa visione è una favola. Scrittura, città, amministrazione, monarchia, il sapere dei cieli e dei numeri, tutto discende da Mesopotamia ed Egitto, e il Mediterraneo ha ereditato ogni cosa prima di dimenticare da chi. La frattura tra i due mondi non è un dato della storia ma una trovata ideologica. Una propaganda da cui discende ancora oggi il lessico con cui si blatera di scontri di civiltà, di valori nostri e valori loro. Chi crede di difendere un'identità pura sta difendendo un'invenzione vecchia di venticinque secoli. Le radici di cui tanto si parla stanno in larga parte a Oriente, tra Babilonia e Menfi. Prima di difenderle, bisognerebbe sapere almeno dove sono...

Quelle radici che qualcuno vorrebbe difendere dall'Oriente affondano proprio in Oriente.