Fazioni e manovratori
Da una parte l'indignazione "destra" dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.
Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.
Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.
Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.
È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).
Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.
Narrazioni polarizzanti
L'industria antropomorfa
I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri.
Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano
cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa
più.
Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio
investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici.
Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per
tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un
individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il
figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi
della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre
il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che
generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli
lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia
come struttura di senso.
Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha
riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia
miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento
stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera
sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una
civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che
sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente,
sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.
