Gelassenheit

Non serve rivolgersi ad Oriente per comprendere certi concetti. Meister Eckhart spiegò la dissoluzione dell'io in latino scolastico e in un tedesco mistico dentro le categorie di un cristianesimo che non aveva ancora inventato la parola "meditazione", ma che possedeva già tutto, nella nozione di Gelassenheit.
Gelassenheit significa lasciare che l'anima si spogli di ogni immagine, di ogni rappresentazione, persino dell'idea di Dio come oggetto pensato, per raggiungere quel fondo dell'anima, il Seelengrund, che Eckhart considerava increato e identico, nella sua radice, al principio increato da cui tutto procede. 

Chi conosce la tradizione advaita o lo zen riconoscerà immediatamente la struttura, non un dio da contemplare come si contempla un oggetto fuori di sé, ma la scoperta che l'osservatore e l'osservato condividono, a un livello più profondo del pensiero discorsivo, la medesima natura. Eckhart lo diceva, l'occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me.
Eckhart arriva a questa conclusione per via apofatica, per sottrazione, esattamente come il vedanta arriva al neti neti e lo zen al mu: Dio non è questo, non è quello, non è nemmeno "essere" nel senso in cui applichiamo la parola alle cose create, e per questo la mente che vuole raggiungerlo attraverso concetti si condanna da sé al fallimento. 

La meditazione, in questa cornice, non è una mera tecnica di concentrazione ma disciplina della rinuncia, Abgeschiedenheit, il distacco.

Eckhart fu condannato,  chi tocca il fondo dell'anima e lo trova increato mette in crisi ogni teologia fondata sulla distanza infinita fra creatura e creatore. Ed è proprio questa eresia strutturale, a renderlo commensurabile con l'Oriente, non ha "importato" la meditazione orientale, ha ritrovato, scavando nella propria tradizione fino all'osso, la stessa struttura che altri avevano raggiunto scavando nella loro. 

Polarizzazioni

Lo sappiamo ormai bene come funziona Il sistema, impone una casella. Fascista o antifascista, di destra o di sinistra, vax o novax ecc. Poco importa quale delle due caselle tu scelga, perché la vittoria è già avvenuta nel momento stesso in cui si accetta che esistano solo due caselle.

Dividi et impera non è uno slogan da manuale di storia romana, è l'architettura di ogni dibattito pubblico. Si prendono due estremi, si gonfiano fino a farli sembrare le uniche geografie possibili del pensiero, e si costringe chiunque voglia dire la propria a issare una bandiera prima ancora di aver aperto bocca.

Chi rifiuta di schierarsi non viene neppure preso in considerazione. La complessità non è ammessa.

Chi accetta la polarizzazione ha già rinunciato a pensare, si è limitato a schierarsi nei perimetri per lui già creati. 

Questo canale è il rifiuto di ogni casella, un pensiero che si assume la responsabilità della scelta senza però lasciarsi ingabbiare dal binario che qualcun altro ha tracciato per noi. 

Chi cerca qui la conferma della propria appartenenza resterà deluso. Chi cerca invece gli strumenti per pensare contro ogni appartenenza precotta, ha trovato il posto giusto. L'obiettivo è non arenarsi.

Momo di Michael Ende

Il romanzo Momo di Michael Ende del 1973 è da sempre considerato un libro per l'infanzia. Non lo è.

Momo è una bambina senza famiglia né passato dichiarato, che vive negli spalti di un anfiteatro abbandonato ai margini di una città senza nome. Possiede un dono, sa ascoltare il prossimo. Attorno a lei si raccoglie una piccola comunità che vive di poco ma vive bene, finché in città non arrivano gli "uomini grigi", agenti di una misteriosa Cassa di Risparmio del Tempo. Convincono gli abitanti a smettere di sprecare ore in chiacchiere, affetti, ozio, e a depositare il tempo risparmiato in banca, con la promessa di interessi futuri. Il risultato è una città efficiente e frenetica, sempre più povera di ciò che rendeva quel tempo degno di essere vissuto. Momo, l'unica che gli uomini grigi non riescono a persuadere né a corrompere, intraprende un viaggio per restituire alla città il tempo rubato.
 
Su questo impianto fanciullesco si regge un'analisi del tempo sottratto alla sua natura di esperienza vissuta. Gli uomini grigi non rubano con la violenza, ottengono per persuasione, convincendo ciascuno che risparmiare il tempo sia razionale, che la fretta sia progresso, che la lentezza sia colpa. È la stessa critica che attraversa buona parte della filosofia del Novecento. Cosa accade all'esistenza quando viene sottoposta al calcolo, quando ogni ora deve giustificarsi in termini di produttività?

L'ascolto, in Ende, è una categoria metafisica, non semplice attenzione al prossimo, ma disponibilità a lasciare che l'altro esista pienamente nel tempo condiviso con lei. È un dono che si dà senza calcolo, e proprio per questo capace di restituire senso a chi lo riceve.
 
Quella diagnosi si è avverata in forme che il 1973 non poteva immaginare nel dettaglio, ma di cui già possedeva la logica interna. Le otto ore lavorative, nate come conquista, sono diventate un'unità di misura applicata a mansioni sempre più svuotate di senso. 
La pensione, spostata sempre più avanti, non promette riposo ma un credito, come gli interessi della Cassa di Risparmio del Tempo che non maturano mai. 
Il tempo libero, quando esiste, viene riempito secondo la stessa efficienza che dovrebbe sospendere.
Gli uomini grigi, in fondo, non avevano bisogno di conquistare il mondo con la forza. Bastava convincerlo che il tempo speso a vivere fosse tempo perso a non produrre.