Non serve rivolgersi ad Oriente per comprendere certi concetti. Meister Eckhart spiegò la dissoluzione dell'io in latino scolastico e in un tedesco mistico dentro le categorie di un cristianesimo che non aveva ancora inventato la parola "meditazione", ma che possedeva già tutto, nella nozione di Gelassenheit.
Gelassenheit significa lasciare che l'anima si spogli di ogni immagine, di ogni rappresentazione, persino dell'idea di Dio come oggetto pensato, per raggiungere quel fondo dell'anima, il Seelengrund, che Eckhart considerava increato e identico, nella sua radice, al principio increato da cui tutto procede.
Chi conosce la tradizione advaita o lo zen riconoscerà immediatamente la struttura, non un dio da contemplare come si contempla un oggetto fuori di sé, ma la scoperta che l'osservatore e l'osservato condividono, a un livello più profondo del pensiero discorsivo, la medesima natura. Eckhart lo diceva, l'occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me.
Eckhart arriva a questa conclusione per via apofatica, per sottrazione, esattamente come il vedanta arriva al neti neti e lo zen al mu: Dio non è questo, non è quello, non è nemmeno "essere" nel senso in cui applichiamo la parola alle cose create, e per questo la mente che vuole raggiungerlo attraverso concetti si condanna da sé al fallimento.
La meditazione, in questa cornice, non è una mera tecnica di concentrazione ma disciplina della rinuncia, Abgeschiedenheit, il distacco.
Eckhart fu condannato, chi tocca il fondo dell'anima e lo trova increato mette in crisi ogni teologia fondata sulla distanza infinita fra creatura e creatore. Ed è proprio questa eresia strutturale, a renderlo commensurabile con l'Oriente, non ha "importato" la meditazione orientale, ha ritrovato, scavando nella propria tradizione fino all'osso, la stessa struttura che altri avevano raggiunto scavando nella loro.